filippino

viaggio alle

origini...jakeP.Jake

E così, in qualche istante, domenica scorsa ci siamo imbarcati per un lunghissimo viaggio. Pur rimanendo a Londra, al Centro Scalabrini, si è viaggiato l’intero pomeriggio: destinazione Filippine. Viaggio fan-tas-tic!” esclamerebbero sillabando gli inglesi, con questa parola che hanno sempre sulla bocca.

Elegantemente, quasi senza accorgerci, infatti, siamo entrati nel mondo delle 7.107 isole, di due lingue ufficiali, inglese e tagalog, di 85 dialetti locali, di una fede cattolica all’80 per cento, rara eccezione in estremo Oriente, di una minoranza convinta di musulmani, dell’avventura in emigrazione per circa otto milioni di abitanti, donne soprattutto, e di una storia tormentata e varia....

Lo si è vissuto attraverso canti, danze, cibi tipici, un’atmosfera impeccabilmente sorridente e una nostalgia intensa, commossa di una comunità di filippini. Ormai di casa qui a Londra, da circa trent’anni. Alla fine, la tradizionale “danza del bambù” e la“danza della luce” in piena oscurità hanno coronato il tutto per forza e suggestione.

Presentare la propria cultura agli altri è sempre una prova forte di esistenza: raccontarsi, infatti, è il più bel modo di esistere. Ed è stato come introdursi con un filo di Arianna nei meandri della loro storia, nell’inconscio collettivo di circa 90 milioni di abitanti di isole, nella loro ricerca di dignità, di coesione, di autonomia e nel senso delle origini, radici sotterranee che fanno respirare l’anima di ognuno. Per questo affresco collettivo ogni ragazza filippina si era acquistato un vestito tipico, fatto su misura, di gusto tradizionale o dal lontano sapore spagnolo per la seta, la forma, i colori...

Non sembrava vero, ma era come rivivere la storia di Cenerentola. Semplici, fedelissime badanti vestite da sorridenti principesse o da eleganti contadine dell’arcipelago del Pacifico presentavano la storia della propria gente. Con essa il succedersi dei secoli tra miti, riti e quel grande senso del vivere insieme che nutre un popolo di mare. Interessante osservare nell’assemblea attentissima anche vari datori di lavoro, a volte con tutta la loro famiglia, curiosi di conoscere il background, il mondo della loro baby-sitter. Un mondo così lontano, differente e complesso da essere sia nel cibo che nei volti un sorprendente cocktail di aspetti cinesi, malesi, spagnoli... ed altri ancora.

Un makata, anziano poeta filippino, con la serenità epica di Omero e accompagnato da varie scene snodava il filo di una storia di invasioni, di conversioni, di resistenze, di esperienze di colonialismo vissuto, di mondi e ambizioni di stranieri, spagnoli, americani, giapponesi... con un pathos in crescendo. A un certo punto, tenendo la bandiera tra le mani scoppiò l’inno nazionale, mentre i personaggi in costume tradizionale, immobili come statue, strappavano foto ed emozione ai presenti. È vero, è un popolo di migranti che rivive le sue origini, a undicimila chilometri dall’oceano che li ha visti nascere...

Ma in questo caso fa sempre bene ricordare le parole di G.B.Scalabrini “La patria per il migrante è la terra che gli dà il pane.” Infatti, in bella mostra c’era da un lato la bandiera a colori rosso-blu della terra dove si vive, quella inglese, vera patria solo per i propri figli, forse...

Questo cultural show della comunità filippina aveva iniziato con un momento magico: un intenso, silenzioso momento di preghiera. “Sì, da noi, spiegava padre Jake, si prega sempre, prima di iniziare qualsiasi cosa... è come invitare lo spirito di Dio ad accompagnarci, sennò come si fa?!” aggiungeva interdetto. Ecco una fede, osservo, di cui non solo è impastato tutto un Paese, ma ogni singolo individuo.

Infatti, intravedi in loro subito due aspetti, quasi dei geni ereditari di questa cultura: la fede, trasmessa dai missionari spagnoli dopo l’arrivo di Magellano nel 1521, e lo spirito americano, che si ritrova nella loro familiarità con la lingua inglese. Anche se è sempre un piacere ascoltarli pure nell’altra lingua, il tagalog, rapida e sillabica...

Queste donne migranti lasciano la loro famiglia a migliaia di chilometri, osserva qualcuno di loro, per assistere con ogni dedizione le famiglie inglesi, le famiglie degli altri!

Non so se in Italia vengono in mente considerazioni simili sulle nostre badanti, mi trovo a pensare... l’aspetto umano sfugge a volte alla nostra considerazione sugli emigranti, quando invece è il fondamento di ogni relazione. “Bisogna imparare a valutare un essere umano non per quello che fa o per quello che non fa, ma per quello che soffre...” ricordava inascoltato uno scrittore tedesco.

A fine giornata, le musiche sfumano, le danze si fermano, le luci si spengono: ognuno di questo dolce popolo delle Filippine, popolo di mare, viene come inghiottito da questa enorme, oscura città.

Come non ricordare, allora, lo stupore di Ibn Arabi nel vedersi trasformare dalle situazioni e dai mondi più diversi incontrati, mantenendo vivo, però, nel suo cammino l’essenziale... “Il mio cuore si è aperto a tutte le forme: è un pascolo per gazzelle, un chiostro per monaci cristiani, un tempio per gli idoli, la Kaaba del pellegrino, le tavole della Torah ed il libro del Corano. Io seguo la religione dell’Amore: in qualunque direzione avanzino le sue carovane, la religione dell’Amore sarà la mia religione e la mia fede.”

Senso meraviglioso di una vita: esso conduce spesso tra infinite trasformazioni l’esistenza di un migrante. Ed è così anche per questo popolo. Irresistibilmente.