cimitero

novembre tra i migranti

 

 

È novembre. Un albero enorme, maestoso come un faggio, si sta lentamente spogliando tra una massa di foglie gialle ai suoi piedi. Metafora della vita, in tutta la sua bellezza e la sua povertà. Lo fa discretamente, in mezzo ad un’innumerevole serie di tombe. Sono solo stele di pietra, erette su un prato verdissimo. È un cimitero inglese. Secondo me non c’è cosa al mondo che mi parli meglio della pace e del riposo che la morte regala.

Il luogo è un prato sconfinato con piante, arbusti verdi, lapidi sparse con una scelta di frasi affettuose, scritte sulla pietra dall’anima di qualcuno. “God gently close your loving eyes”, vi trovi descritta la delicatezza di Dio. “In our hearts forever”. Panchine di legno disperse con una dedica,“in loving memory”, invitano a meditare. Pare quasi che il sentimento si risvegli in questi luoghi, nei quali anche un inglese generalmente compassato lascia intravedere il proprio cuore.

Sto accompagnando Maria, un’emigrante abruzzese. Dopo una breve preghiera, viene calata in fondo alla terra, a più di due metri di profondità. Con quale pena osservo i suoi cari farsi coraggio mentre la guardano scendere verso il buio, lasciandovi cadere una manciata di terra o una rosa.

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